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function setAttributeOnload(object, attribute, val) { if(window.addEventListener) { window.addEventListener("load", function(){ object[attribute] = val; }, false); } else { window.attachEvent('onload', function(){ object[attribute] = val; }); } } Santi ortodossi venerdì 8 gennaio 2010 Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (V) Sebbene l’arcivescovo Ilarion non fosse in grado a quel tempo di conoscere in ogni dettaglio la vita della Chiesa, non fu tuttavia osservatore indifferente ai vari disordini e catastrofi ecclesiastiche che si abbatterono sui fedeli ortodossi. La gente andava da lui per un consiglio e gli domandava come raggiungere la pace nella Chiesa sotto le nuove condizioni politiche. Questa era davvero una domanda assai complicata e l’arcivescovo Ilarion diede una risposta incommensurabilmente profonda e ben valutata, basata sui sacri canoni e sulla prassi ecclesiastica. Ecco cosa scrisse su questo tema in una lettera del dieci dicembre 1927: «Negli ultimi due anni non ho partecipato alla vita della Chiesa; ho solo informazioni periodiche e forse inesatte. Per questo, è difficile per me giudicare i particolari e i dettagli di tale vita; ma ritengo che le sue linee generali e le sue inadeguatezze e infermità mi siano note. La principale inadeguatezza, che ritenevo tale da tempo, è la mancanza di un Concilio dal 1917 – cioè proprio nel periodo di tempo in cui sarebbe stato maggiormente necessario, perché la Chiesa russa è entrata in condizioni storiche totalmente nuove, non senza il volere di Dio. Queste condizioni sono insolite e significativamente diverse dalle precedenti. La pratica ecclesiastica, che includeva la formazione del Concilio del 1917-1918, non si trova in armonia con queste condizioni. La situazione è divenuta significativamente più complessa dopo la morte del patriarca Tikhon. La questione del Luogotenente, per quanto ne so, è anch’essa molto confusa e il governo della Chiesa è in uno stato di totale disordine. Io non so se ci sia qualcuno nella nostra gerarchia, o anche in generale fra i membri consapevoli della Chiesa, che sia così ingenuo o miope da coltivare l’assurda illusione che il governo Sovietico sarà presto sconfitto e l’antico ordine restaurato, ecc. Ma penso che tutti coloro che desiderano il bene della Chiesa riconoscano la necessità per la Chiesa russa di ricavarsi un posto nelle nuove condizioni storiche. Perciò, c’è bisogno di un concilio; e prima di tutto dobbiamo chiedere alle autorità governative di permetterci di convocarlo. Tuttavia bisogna che ci sia qualcuno che raduni il Concilio, faccia i preparativi necessari, in una parola, guidi la Chiesa fino al Concilio stesso. Perciò c’è bisogno adesso, prima del Concilio, di un corpo ecclesiastico. Io ho una serie di requisiti per la sua organizzazione e le sue attività che sono comuni, ritengo, a chiunque voglia un buon ordine ecclesiastico, piuttosto che il turbamento della pace o qualche nuova confusione. Ne indicherò alcuni: 1. Un corpo ecclesiastico temporaneo non deve necessariamente essere autoreferenziale; cioè, deve avere l’autorizzazione del Luogotenente per iniziare. 2. Per quanto possibile deve includere coloro che sono stati delegati dal Luogotenente, il metropolita Pietro (Polyansky) o il Santo Patriarca. 3. Il corpo ecclesiastico temporaneo deve unire e non dividere l’episcopato. Non è un giudice e un persecutore dei dissenzienti. Questo lo sarà il Concilio. 4. Il suo obbiettivo deve essere pratico e modesto: la convocazione del Concilio. Gli ultimi due punti richiedono una spiegazione particolare. Il pauroso fantasma della VTsU (Amministrazione Suprema della Chiesa) del 1922 si libra ancora sulla gerarchia e sugli ecclesiastici. La gente di chiesa è diventata sospettosa. Il corpo ecclesiastico deve temere come il fuoco la benché minima rassomiglianza con l’attività criminale della VTsU. Altrimenti ci sarà solo altra confusione. La VTsU iniziò con menzogna e inganno. Ogni cosa dovrà invece essere basata sulla verità. La VTsU, un corpo interamente autonominatosi, si proclamò come supremo maestro del destino della Chiesa russa, un maestro cui le leggi ecclesiastiche e perfino le comuni leggi divine ed umane non si applicavano necessariamente. Il nostro corpo ecclesiastico sarà solo temporaneo con il solo obbiettivo di convocare il Concilio. La VTsU perseguitava tutti coloro che non le si sottomettevano, cioè tutti i bravi gerarchi e altri ecclesiastici che si davano da fare. Minacciando punizioni a destra e a manca, e promettendo il perdono a chi si sottometteva, la VTsU ricordava le censure del governo, censure che lo stesso governo trovava difficilmente desiderabili. Quest’aspetto ripugnante delle attività criminali della VTsU e del suo successore, il cosiddetto “Sinodo”, con i suoi concili del 1923-1925, guadagnarono loro meritato disprezzo, causarono grande afflizione e sofferenza a gente innocente, portarono soltanto male ed ebbero l’unico risultato che parte della gerarchia ed alcune irresponsabili persone di chiesa lasciarono la Chiesa e formarono alcuni gruppi scismatici. Nulla del genere, nemmeno il minimo accenno, dev’essere presente nelle attività del corpo ecclesiastico temporaneo. Sottolineo specialmente questo, perché in esso vedo un pericolo molto grande. Il nostro corpo ecclesiastico deve convocare un Concilio. Con riguardo al Concilio sono necessari i seguenti requisiti: 5. L’organo ecclesiastico temporaneo dovrebbe convocare, ma non selezionare i membri del Concilio, come venne fatto dalla VTsU di angosciosa memoria nel 1923. Un Concilio selezionato non avrebbe alcuna autorità e non porterebbe calma alla Chiesa, ma solo altra confusione. C’è scarsa necessità di allungare la lista dei “concili dei ladri” della storia, tre sono sufficienti: Efeso nel 449 e due a Mosca, tra il 1923 e il 1925. Il mio primo desiderio per il futuro Concilio è che questo dimostri la sua totale non partecipazione e non solidarietà con tutti i movimenti politici sospetti, per disperdere la nebbia dell’eccessiva e folle diffamazione che ha circondato la Chiesa russa attraverso gli sforzi criminali dei maligni (del rinnovamento). Solo un vero Concilio può avere autorità, portare la calma nella vita della Chiesa e dare pace ai cuori tormentati della gente di chiesa. Penso che al Concilio emergerà l’intera importanza di questo movimento ecclesiastico ed egli ordinerà la vita della Chiesa in modo che corrisponda alle nuove condizioni». Come arcivescovo Ilarion pensava e confermava che solo se vi era sobornost (conciliarità) nella Chiesa ci sarebbe stata pacificazione e la Chiesa ortodossa russa avrebbe potuto portare avanti le sue normali attività nelle nuove condizioni dello Stato sovietico. La sua via verso la croce stava giungendo a conclusione. Nel dicembre 1929 venne mandato a vivere ad Alma-Ata, nell’Asia centrale, per tre anni. Egli viaggiò sotto sorveglianza da una prigione all’altra. Fu derubato lungo la strada e quando arrivò a Leningrado vestiva una lunga camicia, infestata da parassiti, ed era già malato. Scrisse dalla prigione di Leningrado dov’era detenuto: «Sono seriamente ammalato di tifo da pidocchi e giaccio nell’ospedale della prigione. Molto probabilmente ne sono stato infettato lungo la strada; domenica 28 dicembre il mio destino sarà deciso (la crisi della febbre). È improbabile che sopravviva». All’ospedale gli venne detto che doveva radersi e Sua Eminenza replicò: «Fate di me ciò che volete». Nel suo delirio disse: «Ora sono completamente libero: nessuno può prendermi». L’angelo della morte era già in attesa al capezzale del sofferente. Pochi minuti prima che morisse un dottore venne a dirgli che la crisi era passata e che forse si sarebbe ripreso. L’arcivescovo Ilarion disse, in un sussurro appena udibile: «Come! Ora siamo lontani da…» Con queste parole il confessore di Cristo morì. Era il 15/28 dicembre 1929. Il metropolita Serafino (Chicagov), che in quel tempo occupava la sede di Leningrado, ottenne il permesso di avere il corpo per il funerale. Portarono all’ospedale bianchi paramenti vescovili ed una mitra bianca. Lo vestirono e lo portarono alla chiesa del monastero Novodevichy a Leningrado. Vladyka era terribilmente cambiato: nella bara giaceva un vecchio uomo rasato, grigio e pietoso. Quando una dei suoi parenti lo vide nella bara svenne, non assomigliava per nulla al precedente Ilarion. Venne seppellito nel cimitero del monastero Novodevichy, non lontano dalle tombe dei parenti dell’allora arcivescovo e poi Patriarca Alessio (Simansky). Oltre al metropolita Serafino e all’arcivescovo Alessio, parteciparono ai funerali il vescovo Ambrogio (Libin) di Luga, il vescovo Sergio (Zenkevich) di Lodeinoe Polye e tre altri vescovi. Così questo gigante fisico e spirituale partì per l’eternità – un uomo dall’anima meravigliosa, dotato da Dio di evidenti talenti teologici, che visse la sua vita per la Chiesa. La sua morte fu un’enorme perdita per la Chiesa ortodossa russa. Eterna memoria, santo gerarca Ilarion! Vita scritta dal metropolita Giovanni (Snychev) di San Pietroburgo e Ladoga (+1995); la versione italiana è stata condotta sulla traduzione inglese, ad opera della monaca Cornelia e pubblicata in The Orthodox Word, nn. 264-265 (2009), pp. 5-27. Il nostro padre fra i santi Ilarion venne glorificato dal Patriarcato di Mosca il 27 aprile/10 maggio 1999 ed è commemorato il 15/28 dicembre, giorno del suo martirio, e il 27 aprile/10 maggio, giorno della sua glorificazione. Pubblicato da Alessandro a 21:02 0 commenti domenica 13 dicembre 2009 Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (IV) A metà dell’estate del 1925 l’arcivescovo Ilarion venne trasferito nella prigione di Yaroslav, dove la situazione era molto diversa da quella delle Solovki. Egli infatti godeva di speciali privilegi, per esempio ebbe il permesso di ricevere libri spirituali. Sfruttando tali privilegi, l’arcivescovo lesse un gran numero di letteratura patristica e scrisse delle annotazioni, contenute in molti e densi quaderni di istruzioni patristiche, che fu in grado di inviare in custodia agli amici, dopo aver passato la censura della prigione. Il gerarca avrebbe infatti segretamente fatto visita al guardiano, che era un uomo gentile; come risultato diede vita ad una collezione sotterranea di manoscritti religiosi e letteratura sovietica, così come a copie di vari documenti amministrativi della Chiesa e di corrispondenza con altri vescovi. Durante quello stesso periodo l’arcivescovo Ilarion sopportò coraggiosamente anche un gran numero di problemi: quand’era nella prigione di Yaroslav, nel grembo della Chiesa stava avvenendo lo scisma gregoriano (nuovo scisma, questa volta di stampo tradizionalista, fomentato dai Sovietici dopo il fallimento dei Renovazionisti, che prendeva il nome dal fondatore, il vescovo Gregorio Yakovetsky). Un agente della GPU andò da lui, che era molto popolare fra la gente, e cercò di persuaderlo ad unirsi al nuovo scisma. «Mosca vi ama, Mosca vi aspetta», gli disse. Ma l’arcivescovo Ilarion rimase incrollabile. Egli sapeva cosa la GPU cercava di fare e coraggiosamente rifiutò la dolce libertà offertagli in cambio del tradimento. L’agente fu stupito del suo coraggio e disse «Ãˆ bello parlare ad un uomo così intelligente». Poi aggiunse «Quant’è la vostra pena alle Solovki? Tre anni? Per Ilarion, solo tre anni?» Non fu sorprendente che dopo questo gli vennero aggiunti tre ulteriori anni di pena. Venne anche aggiunta la motivazione, «per aver divulgato segreti governativi»; cioè per aver parlato con l’agente nella prigione di Yaroslav. Nella primavera del 1926 l’arcivescovo venne riportato alle Solovki. Il suo sentiero verso la croce continuava. I Gregoriani non lo lasciavano in pace. Non perdevano infatti la speranza di poter conquistare un così eminente gerarca e rafforzare le proprie posizioni. All’inizio del giugno 1927, non appena il Mar Bianco divenne transitabile, l’arcivescovo venne condotto a Mosca per discutere con l’arcivescovo Gregorio. Alla presenza di vari laici, quest’ultimo domandò insistentemente all’arcivescovo Ilarion di «prendere coraggio» e guidare il gregoriano «Concilio Supremo della Chiesa», che stava rapidamente perdendo di importanza. L’arcivescovo Ilarion rifiutò categoricamente, spiegando che le azioni di questo concilio erano ingiuste ed una perdita di tempo, pianificate da persone che non conoscevano la vita, né i canoni della Chiesa e che perciò il concilio era destinato a fallire. In più consigliò l’arcivescovo Gregorio, un fratello, di abbandonare i suoi piani, che erano non necessari e addirittura dannosi per la Chiesa stessa. Simili incontri vennero ripetuti varie volte. I Gregoriani pregarono vladika Ilarion, gli promisero una totale libertà di azione ed un kobluk bianco (copricapo monastico che designa un metropolita), ma egli mantenne fermamente le sue convinzioni. Ci furono anche voci che avesse detto a qualcuno, durante uno di questi incontri: «Sebbene io sia un arcivescovo, sono un uomo dal temperamento focoso e vi esorto ad andarvene. Dopo tutto, potrei perdere il controllo». «Marcirò in prigione, piuttosto che cambiare la mia posizione», disse una volta al vescovo Gervasio. Egli mantenne questa posizione verso i Gregoriani fino alla fine della sua vita. Durante i tempi tormentati in cui, dopo lo scisma renovazionista, il disaccordo era penetrato fra i vescovi esiliati alle Solovki, l’arcivescovo Ilarion fu un vero pacificatore in mezzo a loro. Egli fu in grado di unificarli sulla base dei principi ortodossi. Fu uno dei vescovi che lavorò alla dichiarazione della Chiesa del 1926, che determinò la posizione della stessa nelle nuove condizioni storiche. Questa dichiarazione giocò un enorme ruolo nella lotta contro le divisioni emergenti. Nel novembre 1927, alcuni vescovi delle Solovki incominciarono a rinunciare allo scisma Giosefita (così chiamato dal metropolita Giuseppe, che decise di separarsi dal metropolita Sergio, quando questi fece dichiarazione di lealtà al governo sovietico e che divenne uno dei leader della prima chiesa catacombale russa). L’arcivescovo Ilarion fu abile a radunare fino a quindici vescovi nella cella dell’archimandrita Teofanie, dove tutti unanimemente decisero di preservare la fedeltà alla Chiesa ortodossa guidata dal metropolita Sergio. «Nessuno scisma!» proclamò l’arcivescovo Ilarion, «Non importa cosa ci diranno, lo considereremo una provocazione!» Il 28 giugno 1928, vladika scrisse ad alcuni amici intimi che egli era estremamente poco comprensivo verso coloro che si erano separati e considerava il loro agire infondato, folle ed estremamente dannoso. Tale separazione era «un crimine ecclesiastico», molto serio nelle condizioni allora correnti. «Non vedo assolutamente nulla nelle azioni del metropolita Sergio e del suo Sinodo che dovrebbe eccedere la misura di condiscendenza e pazienza». Egli si impegnò duramente per convincere il vescovo Vittorio (Ostrovidov) di Glazov (nuovo ieroconfessore, canonizzato dal Patriarcato di Mosca nel 2000 e commemorato il 19 aprile e il 18 giugno), il quale era molto vicino alle posizioni dei Giosefiti. Alla fine vi riuscì e non solo questi si accorse di essere nell’errore, ma addirittura scrisse una lettera al suo gregge invitandoli a cessare la loro separazione. Pubblicato da Alessandro a 21:52 0 commenti domenica 6 dicembre 2009 Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (III) Una volta un giovane ieromonaco venne portato dalle Solovki a Kazan. Era stato condannato a tre anni di esilio per aver tolto l’orarion ad un diacono renovazionista e avergli impedito di celebrare con lui. L’arcivescovo approvò l’azione dello ieromonaco e scherzò sui vari periodi di prigione dati all’una o all’altra persona, che nulla avevano a che fare con la serietà del loro “crimine”. «Perché il Signore è generoso e accoglie l’ultimo come il primo» disse con le parole dell’omelia pasquale di San Giovanni Crisostomo. «Egli concede il riposo a quello dell'undicesima ora, come a chi ha lavorato sin dalla prima. Dell'ultimo ha misericordia, e onora il primo. Dà all'uno e si mostra benevolo con l'altro. Accoglie le opere e gradisce la volontà. Onora l'azione e loda l'intenzione». Queste parole avrebbero potuto sembrare ironiche, ma impartirono un senso di pace e fecero sì che lo ieromonaco accettasse la prova come se venisse dalle mani di Dio. Vladika Ilarion era grandemente rallegrato al pensiero che le Solovki fossero una scuola di virtù, generosità, mitezza, umiltà, temperanza, pazienza e amore per il lavoro. Una volta un gruppo di chierici venne derubato dopo l’arrivo e i padri erano molto tristi. Uno dei prigionieri disse loro per scherzo che questo era il modo per insegnar loro la generosità. Vladika era esultante per quell’osservazione. Un esiliato perse i suoi stivali per due volte di fila e andava in giro per il campo con galosce strappate. L’arcivescovo Ilarion venne preso da sincera allegria guardandolo ed ecco come incoraggiava il buon umore negli altri prigionieri. Il suo amore per ogni persona, la sua attenzione per ciascuno e la sua socievolezza erano semplicemente sorprendenti. Era l’individuo più popolare del campo, fra tutti quelli della sua classe sociale. Vogliamo dire che non solo il generale, l’ufficiale, lo studente e il professore lo conoscevano e parlavano con lui (nonostante là vi fossero molti vescovi, anche più anziani e non meno colti di lui), ma anche la marmaglia, la società criminale di ladri e banditi lo conosceva come una persona buona e rispettata, che era impossibile non amare. Sia durante le pause di lavoro che nel tempo libero lo si poteva veder passeggiare a braccetto con uno o l’altro “esempio” di questa compagnia. Non si trattava solo di condiscendenza verso un “fratello più giovane” o un uomo caduto, no. Vladika parlava con ciascuno come ad un eguale, interessandosi, ad esempio, alla “professione” o all’attività prediletta di ognuno di loro. L’elemento criminale è molto orgoglioso e sensibilmente inorgoglito. Non potevano essere offesi impunemente. Tuttavia i modi di Vladika superavano ogni cosa; come un amico egli li nobilitava con la sua presenza e attenzione. Era di un eccezionale interesse osservarlo in quella compagnia e discutere a fondo con loro. Egli era avvicinabile da chiunque: era esattamente come chiunque ed era facile stargli intorno, incontrarlo e parlargli. Il più ordinario, semplice ed apparentemente “non santo” era Vladika. Tuttavia, dietro questa ordinaria esteriorità di gioia ed apparente mondanità, si potevano gradualmente intravedere la purezza di un bambino, un’ampia esperienza spirituale, gentilezza e pietà, la sua dolce indifferenza verso i beni materiali, la sua fede vera, un’autentica pietà ed una nobile perfezione morale, per non menzionare la forza intellettuale combinata con forza e chiarezza di convinzioni. Quest’apparenza di un’ordinaria vita di peccatore, della follia per Cristo e di una maschera di mondanità nascondevano il suo sforzo interno alle persone e lo preservavano da ipocrisia e presunzione. Egli era nemico giurato dell’ipocrisia e di tutte le modalità di “pia apparenza” ed era assolutamente consapevole e diretto. Nella “squadra Troitsky” (come veniva chiamato il gruppo di lavoro dell’arcivescovo Ilarion) il clero alle Solovki riceveva una buona educazione. Ognuno comprendeva che non c’era vantaggio semplicemente nel considerarsi peccatore, portare avanti pie e lunghe conversazioni o mostrare quanto austeramente si vivesse. Era particolarmente inutile sopravvalutare se stessi più di quanto non fosse il caso. Vladika avrebbe chiesto ad ogni prete in arrivo i dettagli in merito alle motivazioni che avevano condotto al suo arresto. Un giorno, un certo abate venne portato alle Solovki. L’arcivescovo gli chiese: «Perché l’hanno arrestata?» «Oh, ho servito dei moleben a casa, dopo che avevano chiuso il monastero», rispose l’abate. «Beh, le persone si radunavano e ci furono pure alcune guarigioni…» «Ah, bene, anche guarigioni… quanti anni le hanno dato?» «Tre anni» «Bene», disse Vladika, «non è molto; per le guarigioni avrebbero potuto dargliene di più. Il governo sovietico ha fatto una svista…» Non è necessario notare che era del tutto immodesto parlare di guarigioni sopraggiunte per le proprie preghiere. Pubblicato da Alessandro a 21:02 0 commenti domenica 1 novembre 2009 Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (II) Il 24 novembre 1920 l’archimandrita Ilarion venne eletto vescovo di Verey, un vicariato della diocesi di Mosca, e consacrato il giorno successivo. I suoi contemporanei dipinsero di lui un quadro ricco di colori: giovane, pieno di allegria, ben educato, eccellente predicatore, oratore, cantante e brillante polemista, sempre naturale, sincero ed aperto. Fisicamente era molto forte, alto, largo di spalle, con folti capelli rossicci ed un viso chiaro e luminoso. Era il preferito dalla gente… Guadagnò grande autorità fra il clero ed i suoi colleghi vescovi, che lo chiamarono “Ilarion il Grande” per la sua intelligenza e la sua risolutezza nella Fede. Il servizio episcopale fu un sentiero verso la croce. Non erano passati due anni dalla consacrazione che si trovava nuovamente in esilio ad Archangelsk; rimase al di fuori della vita della Chiesa per un intero anno, poi riprese la sua attività. Sua Santità il Patriarca Tikhon si interessò da vicino della sua persona e ne fece, insieme con l’arcivescovo Serafino (Alexandrov), uno dei suoi più intimi consiglieri. Il Patriarca lo innalzò al rango di arcivescovo immediatamente dopo il ritorno dall’esilio e le sue attività ecclesiastiche cominciarono ad ampliarsi: portò avanti un serio dialogo con Tuchkov (plenipotenziario per gli affari ecclesiastici dell’antenato del KGB, il GPU), in merito alla necessità, nelle condizioni presenti sotto il governo sovietico, di ordinare la vita della Chiesa ortodossa russa sulla base del diritto canonico. Inoltre si impegnò per ripristinare l’organizzazione ecclesiastica, componendo un certo numero di lettere patriarcali. Divenne una minaccia per i Renovazionisti (organizzazione ecclesiastica che intendeva riformare gli insegnamenti e le pratiche della chiesa ortodossa per adattarli al moderno pensiero liberale) ed ai loro occhi divenne inseparabile dal patriarca Tikhon. La sera del 22 giugno/5 giugno 1923 vladyka Ilarion servì la Veglia di tutta la notte per la festa dell’Icona della Madre di Dio di Vladimir al monastero Sretensky, che era stato occupato dai Renovazionisti. Li cacciò fuori e riconsacrò la cattedrale con il rito completo e in questo modo restituì il monastero alla Chiesa. Il giorno successivo il patriarca Tikhon servì al monastero e la liturgia durò tutto il giorno, non terminando che alle 18; in seguito il Patriarca nominò l’arcivescovo Ilarion superiore del monastero Sretensky. La guida dei Renovazionisti, il metropolita Antonino (Granovsky) scrisse contro il Patriarca e l’arcivescovo con odio inesprimibile, accusandoli senza cerimonie di essere dei contro-rivoluzionari. «Tikhon e Ilarion», scrisse, «hanno prodotto dei gas soffocanti “pieni di grazia” contro la Rivoluzione e la Rivoluzione si è armata non solo contro i Tikhoniti, ma contro l’intera Chiesa come fosse una banda di cospiratori. Ilarion va in giro a “spruzzare” chiese contro i Renovazionisti e cammina sfrontatamente in esse… Tikhon e Ilarion sono colpevoli di fronte alla Rivoluzione, vessatori della Chiesa di Dio e non possono accampare alcuna buona azione a propria discolpa». L’arcivescovo Ilarion comprese chiaramente l’illegalità dei Renovazionisti e condusse animati dibattiti a Mosca con Alessandro Vvedensky (prete liberale, uno dei capi del Renovazionismo e della “Chiesa vivente”); come disse lo stesso arcivescovo Ilarion, in questi dibattiti “intrappolò al muro” Vvedensky ed espose tutte le sue bugie e le sue astuzie. I capi dei Renovazionisti compresero che l’arcivescovo Ilarion interferiva con i loro affari e per questo fecero ogni sforzo possibile per privarlo della libertà. In questo modo nel dicembre 1923 ottennero che venisse condannato a tre anni di prigione, prima nel campo di prigionia di Kem e poi alle Solovki. Quando ebbe modo di vedere l’orribile condizione delle baracche e del cibo del campo disse: «Non ne usciremo vivi»: si stava avviando sul sentiero della croce che l’avrebbe portato al suo benedetto riposo. Tuttavia questo sentiero è di grande interesse per noi, perché in esso si rivelò in pieno la magnificenza di spirito di questo martire per Cristo; quindi esamineremo più nel dettaglio questo periodo della sua vita. Vivendo alle Solovki l’arcivescovo Ilarion conservò tutte le buone qualità dell’anima che aveva acquisito attraverso le sue fatiche ascetiche, sia prima che durante la vita monastica, come prete e gerarca. Quelli che vissero con lui durante questi anni furono testimoni della sua totale mancanza di avidità, profonda semplicità , vera umiltà e di una mitezza quasi infantile; semplicemente dava via qualunque cosa, se richiesto. Non aveva interesse per le proprie cose; per questo motivo aveva bisogno di qualcuno che, senza alcuna pietà nei suoi riguardi, si occupasse del suo bagaglio, come successe alle Solovki. L’arcivescovo Ilarion poteva essere insultato, ma non avrebbe mai risposto; probabilmente non avrebbe nemmeno notato il tentativo d’insultarlo. Era sempre allegro, e anche quand’era preoccupato o angosciato tentava di nasconderlo rapidamente con la sua allegria. Guardava ogni cosa con occhi spirituali ed ogni cosa serviva al suo profitto spirituale. «All’allevamento di pesce Philemonov», raccontò un testimone oculare, «distante sette o otto chilometri dalla fortezza delle Solovki e dal centro del campo, sulle rive della piccola baia del Mar Bianco, io e l’arcivescovo Ilarion, insieme con due altri vescovi e pochi preti (tutti prigionieri) avevamo il compito di fare le reti e di pescare. L’arcivescovo Ilarion amava parlare di questo nostro lavoro modificando le parole della stichira di Pentecoste: “Tutte le cose sono concesse dal Santo Spirito: prima i pescatori divennero teologi e adesso accade l’opposto, i teologi diventano pescatori”». Così umiliava se stesso di fronte alla sua nuova sorte. Pubblicato da Alessandro a 21:16 0 commenti giovedì 22 ottobre 2009 Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (I) Una delle più eminenti figure della Chiesa Ortodossa Russa negli anni ’20 del Novecento fu l’arcivescovo Ilarion di Verey, teologo eccezionale e persona di grande talento. Durante tutta la sua vita egli bruciò d’amore per la Chiesa di Cristo, fino alla morte da martire per essa. Le sue opere letterarie si distinguono per l’argomento strettamente ecclesiastico e la lotta instancabile contro lo scolasticismo, specialmente il latinismo, che aveva influenzato la Chiesa russa fin dai tempi del metropolita di Kiev Pietro Moghila. Suo ideale era la purezza ecclesiastica delle scuole e degli studi teologici. Un suo continuo richiamo era: «non c’è salvezza fuori dalla Chiesa e non ci sono sacramenti al di fuori di essa». L’arcivescovo Ilarion (al secolo Vladimir Alexeyevich Troitsky) nacque il 13 settembre 1886 nella famiglia di un prete del villaggio di Lipitsa, distretto di Kashira della provincia di Tula. Il desiderio di apprendere si risvegliò in lui fin dalla tenera età. Quando aveva solo cinque anni prese per mano il suo fratellino di tre e abbandonò il villaggio nativo per andare a scuola a Mosca. Quando il piccolo cominciò a piangere per la fatica, Vladimir gli disse: «Bene, allora rimani ignorante». I genitori si accorsero in tempo che i bambini erano scomparsi e li riportarono rapidamente a casa. Vladimir venne presto mandato alla scuola teologica e poi in seminario. Dopo avervi completato i corsi, entrò all’Accademia teologica di Mosca e si laureò con onore nel 1910 con una tesi in Teologia. Rimase poi all’Accademia con un incarico da professore. Va sottolineato che Vladimir fu in tutto questo periodo un eccellente studente e che ebbe sempre ottimi voti in tutte le materie. Nel 1913 ricevette una laurea di secondo livello in Teologia per il suo lavoro fondamentale “Panoramica sulla storia del dogma della Chiesa”. Il suo cuore ardeva dal desiderio di servire Dio come monaco. Il 28 marzo 1913, nella Scete del Paraclito, presso il Monastero della Santa Trinità di San Sergio, ricevette la tonsura monastica con il nome di Ilarion (in onore di Sant’Ilarion il Nuovo, abate e confessore di Pelecete, commemorato proprio in quel giorno). Circa due mesi dopo, il 2 giugno, venne ordinato ieromonaco e il 5 luglio dello stesso anno assurse al rango di archimandrita. Il 30 maggio 1913 padre Ilarion venne nominato ispettore dell’Accademia teologica di Mosca. Nel dicembre dello stesso anno venne confermato come professore di Sacra Scrittura, in particolare di Nuovo Testamento. L’archimandrita Ilarion guadagnò grande autorità sia come educatore di quelli che studiavano alla scuola teologica, sia come professore di teologia e i suoi sermoni gli fecero acquistare una grande notorietà. I suoi lavori di teologia dogmatica uscivano uno dopo l’altro, arricchendo l’erudizione ecclesiastica. I suoi sermoni risuonavano dagli amboni delle chiese come fossero campane, chiamando il popolo di Dio alla fede e ad un rinnovamento morale. Quando sorse la questione se la Chiesa russa dovesse ristabilire il Patriarcato, come membro del Concilio locale di tutta la Chiesa russa del 1917-1918, testimoniò in modo ispirato a favore di questa decisione. Egli disse: «La Chiesa russa non è mai stata senza un capo gerarca. Il nostro Patriarcato venne distrutto da Pietro I. A chi dava fastidio? Alla conciliarità della Chiesa? Ma non fu al tempo dei Patriarchi che ci furono molti concili? No, il Patriarcato non interferiva né con la conciliarità, né con la Chiesa. Con chi allora? Qui davanti a me ci sono due grandi amici, due ornamenti del diciassettesimo secolo, il patriarca Nikon e lo zar Alexei Mikhailovich. Per seminare discordia fra loro i malvagi boiari sussurrarono allo zar: “A causa del Patriarca, tu, il Sovrano, sei divenuto invisibile”. Quando Nikon lasciò il trono di Mosca scrisse: “Lasciate che il Sovrano abbia maggior spazio senza di me”. Pietro concretizzò questo pensiero, quando distrusse il Patriarcato. “Lasciate che io, il Sovrano, abbia maggior spazio senza Patriarca…” Ma la coscienza della Chiesa, nel trentaquattresimo Canone Apostolico, così come nel Concilio locale tenutosi a Mosca nel 1917, stabilisce un principio irrevocabile: “I vescovi di ogni nazione, inclusa quella russa, devono sapere chi sia il primo fra loro e riconoscerlo come loro capo”. E io vorrei rivolgermi a coloro che per qualche motivo considerano ancora necessario protestare contro il Patriarcato. Padri e fratelli! Che non si crei scompiglio nella gioia per l’unità delle nostre menti! Perché dovete addossarvi questo compito ingrato? Perché fate discorsi senza speranza? Voi state combattendo contro la coscienza della Chiesa. Abbiate timore, non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio (cf. At. 5, 39)! Abbiamo già peccato, peccato nel non aver ripristinato il Patriarcato due mesi fa, quando venimmo tutti a Mosca e ci incontrammo per la prima volta nella grande Cattedrale della Dormizione. Non era doloroso fino alle lacrime osservare il vuoto seggio patriarcale? E quando abbiamo venerato le reliquie degli operatori di miracoli di Mosca e capi gerarchi della Russia, non abbiamo udito i loro rimproveri per il fatto che per duecento anni il loro trono è rimasto desolato?» Appena i Bolscevichi giunsero al potere cominciarono a perseguitare la chiesa e nel marzo del 1919 l’archimandrita Ilarion era già stato imprigionato. Il suo primo arresto durò tre mesi. Pubblicato da Alessandro a 23:52 0 commenti domenica 17 maggio 2009 Un martire prima sconosciuto: sant'Efrem di Nea Makri Il 3 gennaio 1950 la badessa Makaria (+ 23 aprile 1999) gironzolava fra le rovine del monastero recentemente ricostituito sul monte Amomos, pensando ai martiri le cui ossa erano state sparpagliate su quel suolo e il cui sangue aveva irrigato l’albero dell’Ortodossia. Comprese che si trattava di un luogo sacro e pregò che Dio le permettesse di vedere uno dei Padri che lì avevano vissuto. Dopo qualche tempo, le sembrò di avvertire una voce interiore che le diceva di scavare in un certo posto. Ella indicò il luogo ad un operaio che aveva assunto per fare riparazioni al monastero vecchio. L’uomo non voleva scavare lì, ma in qualche altro punto. Poiché insisteva, madre Makaria lo lasciò fare, ma pregò che non fosse in grado di scavare e così quegli trovò della roccia. Sebbene avesse cercato di ripetere l’operazione in tre o quattro posti diversi, ottenne sempre lo stesso risultato. Alla fine fu d’accordo a scavare dove aveva indicato la badessa. Si trattava delle rovine di una vecchia cella: egli la ripulì dalle macerie e prese a lavorare in modo rabbioso. Madre Makaria gli disse di rallentare, perché non voleva che venisse danneggiato il corpo che vi si trovava. Quegli la prese in giro perché si aspettava di trovare le reliquie di un santo. Quando giunse ad una profondità di quasi due metri, tuttavia, egli dissotterrò la testa dell’uomo di Dio. In quel momento un profumo ineffabile riempì l’aria. L’operaio impallidì e non era in grado di parlare. Madre Makaria gli disse di andare e di lasciarla sola. Ella si inginocchiò e baciò il corpo con reverenza. Quando ebbe tolto un altro po’ di terra vide le maniche del rason del santo: il tessuto era spesso e sembrava essere stato lavorato con un antico telaio. Una volta liberato i resto del corpo cominciò a rimuovere le ossa, che apparivano essere quelle di un martire. Madre Makaria era ancora in quel santo luogo quando cadde la notte, così ella lesse il vespro. Improvvisamente sentì dei passi che provenivano dalla tomba, che si muovevano nel cortile verso la porta della chiesa. Erano forti e regolari, come quelli di un uomo di forte carattere. La monaca aveva paura di girarsi e guardare, ma proprio allora udì una voce che diceva: «Per quanto tempo mi lascerai qui?» Vide un monaco alto, con piccoli occhi tondi e la barba che gli cresceva sul petto. Nella mano sinistra c’era una luce brillante e benediceva con la destra. Madre Makaria fu piena di gioia e la sua paura scomparve. «Perdonami», rispose, «mi prenderò cura di te domani, appena Dio provvederà al sorgere del sole». Il santo scomparve e la badessa continuò nella lettura del vespro. Il mattino, dopo il mattutino, ella pulì le ossa e le pose in una nicchia intorno all’altare della chiesa; poi accese una candela davanti a loro. Quella notte sant’Efrem le apparve in sogno, la ringraziò per essersi curata delle sue reliquie e poi le disse: «Il mio nome è sant’Efrem». Dalle sue stesse labbra ella apprese la storia della sua vita e del suo martirio. Era nato in Grecia il 14 settembre 1384. Suo padre era morto quand’egli era piccolo e la pia madre dovette occuparsi da sola dei sette figli. Quando Efrem ebbe raggiunto l’età di quattordici anni il Dio di bontà guidò i suoi passi verso il monastero sul monte Amomon, vicino a Nea Makri, in Attica, dedicato all’Annunciazione e a Santa Parasceva. Qui prese sulle sue spalle la croce di Cristo, che devono portare tutti i suoi discepoli (Mt. 16, 24). Infiammato dall’amore di Dio, sant’Efrem si immerse con premura nella disciplina monastica. Per quasi ventisette anni egli imitò la vita dei grandi Padri asceti del deserto. Seguì Cristo con divino zelo, allontanandosi dalle attrazioni di questo mondo. Per la grazia di Dio si purificò dalle passioni che distruggono l’anima e divenne dimora del Santissimo Spirito. Venne anche riconosciuto degno di ricevere la grazia del presbiterato e servì all’altare con grande riverenza e compunzione. Il 14 settembre 1425 i barbari turchi incominciarono un’invasione via mare, saccheggiando i dintorni. Sant’Efrem fu una delle vittime del loro odio frenetico. Molti monaci erano stati torturati e decapitati, ma egli era rimasto calmo; questo fece infuriare i Turchi, che lo imprigionarono per torturarlo e costringerlo a rinnegare Cristo. Lo chiusero in una piccola cella senza cibo e acqua e ogni giorno lo picchiavano, sperando di convincerlo a diventare mussulmano. Per vari mesi sopportò terribili tormenti. Quando i Turchi compresero che il santo rimaneva fedele a Cristo, decisero di metterlo a morte. Martedì 5 maggio 1426 lo trassero dalla cella e lo appesero a testa in giù ad un gelso, poi lo picchiarono e lo presero in giro: «Dov’è il tuo Dio», chiesero, «e perché non ti aiuta?». Il santo non si perse d’animo, ma pregava: «O Dio, non ascoltare le parole di questi uomini, ma sia fatta la Tua volontà, secondo ciò che hai deciso». I barbari tirarono la barba del santo e lo torturarono, finché perse le forze. Il suo sangue scorreva e le vesti erano a brandelli. Il suo corpo era quasi nudo e coperto da molte ferite. Tuttavia i Turchi non erano soddisfatti, ma desideravano torturarlo ancora di più. Uno di essi prese un bastone infuocato e lo conficcò violentemente nell’ombelico del santo. Le sue grida erano strazianti, tanto grande era il dolore. Sangue uscì dallo stomaco, ma i Turchi non si fermarono, ripetendo gli stessi dolorosissimi tormenti molte volte. Il suo corpo si contorceva e tutti i suoi arti avevano convulsioni. Ben presto il santo divenne troppo debole per parlare, perciò pregava in silenzio chiedendo a Dio di perdonare i suoi peccati. Dalla sua bocca colavano sangue e saliva e il terreno era intriso del suo sangue. Allora perse conoscenza. Pensando che fosse morto, i Turchi tagliarono le corde che lo legavano all’albero, cosicché egli cadde sul terreno sottostante. La loro rabbia non era però diminuita, cosicché continuarono a prenderlo a calci e a picchiarlo. Dopo un poco il santo aprì gli occhi e pregò: «Signore, a Te rendo il mio spirito». Verso le nove del mattino la sua anima si separò dal corpo. Queste cose rimasero dimenticate per circa cinquecento anni, nascoste in un profondo silenzio d’oblio fino al quel 3 gennaio 1950. Sant’Efrem compie molti miracoli nel mondo intero. Sembra sia particolarmente d’aiuto ai giovani e a coloro che assumono droga o altre sostanze. Uno di essi accadde ad un giovane americano del Midwest, che lottava con la propria vita. Faceva pesantemente uso di droghe (cocaina ed eroina) e stava rapidamente scivolando verso la distruzione. Non aveva né una famiglia stabile, né un’educazione religiosa, perciò si trovava in serio pericolo. Una notte gli apparve un brutto vecchio, che gli disse: «Sono tuo amico, voglio che tu prenda un appuntamento per incontrarmi». Lo spinse ad entrare in macchina e a guidare il più velocemente possibile su una certa strada che alla fine aveva un tornante con un burrone a picco proprio sulla curva. Il giovane fece come gli veniva detto, andò alla macchina, guidò il più velocemente possibile sulla strada. All’ultimo momento, facendosi prendere dalla paura, riuscì a pigiare sui freni e per poco riuscì a fare la curva. Arrivò a casa scosso. Due notti dopo il vecchio riapparve e disse, con rabbia ed indignazione: «Sono molto dispiaciuto che tu non mi abbia incontrato. Rimettiti in macchina e guida più veloce che puoi, e questa volta non schiacciare i freni». Il giovane si sentì stranamente spinto ad obbedire. Di nuovo entrò in macchina, guidò più forte che potesse e questa volta non si fermò, ma piombò ad alta velocità giù dal burrone. La macchina venne demolita, ma, sorprendentemente, egli ne uscì solo con tagli ed escoriazioni e con una commozione cerebrale. Poche settimane più tardi, appena fu uscito dall’ospedale, il brutto uomo riapparve un’altra volta e disse: «Sono furioso che tu non sia venuto al nostro appuntamento. Questa volta, senza errori, mi incontrerai. Metti nella tua siringa una doppia dose di droga». Di nuovo il giovane si sentì obbligato a farlo e dopo essersi iniettato il liquido cadde in come per overdose. Venne portato all’ospedale, dove i dottori dissero alla famiglia che probabilmente non sarebbe sopravvissuto. E se per caso lo fosse stato, sarebbe rimasto in condizione vegetativa, di semi-coscienza. Non c’era alcuna speranza di ripresa. In due settimane, invece, il giovane si risvegliò, pienamente cosciente. Disse a quelli intorno a lui di aver visto un uomo che sembrava una sorta di monaco luminoso. Venne da lui e disse: «Ho pregato per te… Dio ti ha dato un’altra possibilità. Vivrai, ma dovrai correggere la tua vita. Inoltre andrai in Grecia per visitare il luogo dove riposano le mie ossa, rendendo grazie a Dio per la tua salvezza. Il mio nome è Efrem». Tradotto da http://full-of-grace-and-truth.blogspot.com/2009/01/uncovering-of-holy-relics-of-st-ephraim.html Il nostro padre fra i santi Efrem, il grande martire, è celebrato il 5 maggio (18 del calendario civile). Pubblicato da Alessandro a 19:54 0 commenti lunedì 11 maggio 2009 Vita di San Serafino di Vyritsa Basilio Muraviev (il futuro Serafino) nacque nel 1865 nella città di Cheremovsky, nella provincia di Yaroslav. I suoi genitori, Nicola e Chione, erano contadini. Quando Basilio aveva dieci anni suo padre morì ed egli dovette assumersi la cura della madre malata e della sorella Olga. Un gentile vicino lo portò con sé a San Pietroburgo e gli trovò un lavoro come commesso in un negozio.Il ragazzo aveva il segreto desiderio di diventare monaco, così un giorno andò alla Lavra di Sant’Alessandro Nevsky per parlare con uno degli Anziani. Questi gli consigliò di rimanere nel mondo e di far crescere una famiglia. Poi, quando i loro bambini fossero cresciuti, lui e la moglie avrebbero servito Dio nella vita monastica.Basilio accettò queste parole come volontà di Dio e perciò visse la sua vita come l’Anziano gli aveva indicato. Ritornato al negozio, continuò a lavorare e a mandare soldi alla sua famiglia. Quando poi ebbe ventiquattro anni sposò la moglie, Olga.Cominciò una propria impresa come pellicciaio e divenne molto benestante. Ebbe un figlio, Nicola, e una figlia, Olga. Dopo la morte di questa, egli e la moglie, tuttavia, decisero, da quel momento in poi, di vivere insieme come fratello e sorella.Quando ebbe intorno ai trent’anni, Basilio diede via gran parte della propria ricchezza, donando denaro a vari monasteri e non appena Nicola fu cresciuto, egli e la moglie entrarono in monastero per servire Dio.Olga venne tonsurata nel 1919 con il nome di Cristina e visse nel monastero della Resurrezione di Nuova Divyevo a San Pietroburgo. Più tardi venne tonsurata all’Abito (schema) e le venne dato il nome di Serafina. Morì nel 1945.Non sappiamo dove Basilio ricevette la tonsura monastica (alcuni dicono al Monte Athos), né il nuovo nome che gli venne dato in quell’occasione.Nel 1927 arrivò alla Lavra di Sant’Alessandro Nevsky, dove divenne padre confessore dei monaci. Lì venne tonsurato al Grande Abito con il nome di Serafino. Divenne subito evidente che San Serafino aveva ricevuto da Dio il dono della chiaroveggenza e della guarigione e molte persone andavano da lui in cerca di aiuto e consiglio.Il vescovo Alessio (Shimansky) di Novgorod venne dall’Anziano nel 1927 per chiedergli se doveva lasciare la Russia, dal momento che molti vescovi e preti rischiavano l’arresto e l’esecuzione sotto il giogo comunista. Prima però che potesse dire una parola, San Serafino disse: «Molti oggi desiderano lasciare la Russia, ma non c’è nulla di cui aver paura. C’è bisogno di lei qui. Lei diventerà Patriarca e governerà per venticinque anni».Giunse un periodo di prova per la Lavra. I monaci vennero arrestati, esiliati e inviati in campi di lavoro. Molti vennero uccisi. A cominciare dal 1929, l’Anziano venne arrestato quattordici volte. Egli continuò, nonostante ciò, il suo ministero sacerdotale nei campi di prigionia, dove fortificava e incoraggiava i compagni.Nel 1933 tornò dai campi e si stabilì a Vyritsa. Era un posto molto bello, con foreste ed un fiume ed era rinomato per il suo clima salubre. La salute di San Serafino si era infatti deteriorata nei campi di prigionia, anche perché era stato picchiato molte volte.Nel 1913 a Vyritsa era stata costruita una chiesa di legno in onore dell’icona di Kazan della Santissima Genitrice di Dio, per commemorare il trecentesimo anniversario della dinastia dei Romanov. La chiesa superiore aveva due altari: uno dedicato all’icona di Kazan e l’altro a San Nicola. La chiesa inferiore era dedicata a San Serafino di Sarov.Dopo essersi un po’ riposato, padre Serafino cominciò a ricevere visitatori che cercavano consiglio e conforto da lui. Molti di quelli, afflitti da malattie, ricevettero la guarigione per le sue preghiere. Ben presto le autorità notarono il gran numero di persone che andavano da lui. La sua cella venne cercata varie volte, solitamente di notte. Una volta la polizia venne per arrestare l’Anziano, ma un dottore disse loro che, a causa delle sue molte malattie, questi non era sopravvissuto al viaggio. Decisero di lasciarlo solo e così il Signore protesse la vita del Suo servo.I Tedeschi entrarono a Vyritsa nel settembre 1941, ma non fecero del male a nessuno e non ci furono saccheggi. Durante la guerra padre Serafino era divenuto debole e ora serviva solo raramente nella cappella di San Serafino. A far data dal 1945, padre Alessio Kibaldin cominciò a servire nella chiesa dell’icona di Kazan.Nella primavera del 1949 San Serafino divenne molto debole e dovette rimanere a letto; tuttavia permetteva ai visitatori di andare da lui come prima.Poco prima della sua morte gli apparve la Santissima Genitrice di Dio, consigliandogli di ricevere la Santa Comunione ogni giorno. Padre Alessio Kibaldin gliela portava sempre alle due del mattino, ma una volta rimase addormentato e non arrivò fino alle quattro. Si scusò con l’Anziano per il suo ritardo e notò che c’era una certa luce intorno al Santo. L’Anziano disse: «Padre, non ti preoccupare. I Santi Angeli mi hanno già portato la Comunione». Vedendo il suo volto padre Alessio comprese che era del tutto vero! L’Anziano gli disse di andare a Mosca ed informare il Patriarca che egli si sarebbe assopito nel Signore nel giro di due settimane. Quando padre Alessio riferì il messaggio, il Patriarca si girò verso le sante icone e si fece il segno della croce. Quando si girò di nuovo, lacrime gli scorrevano sulle guance. «Sono stato Patriarca per quattro anni», disse, «me ne rimangono ventuno. Questo è ciò che mi disse il santo Anziano». Il Patriarca Alessio morì nel 1970, come San Serafino aveva previsto.San Serafino morì nel Signore il 21 marzo 1949 (3 aprile, secondo il calendario civile). L’ora precedente la sua morte chiese che fossero letti gli acatisti alla Genitrice di Dio, a San Serafino di Sarov e a San Nicola. Per una settimana dopo il suo beato riposo, un dolce profumo permeò Vyritsa.San Serafino venne sepolto nel cimitero vicino alla chiesa dell’icona di Kazan a Vyritsa. Una grande folla di persone andò al funerale e Vyritsa divenne meta di pellegrinaggio.Il monaco dal Grande Abito (schemamonaco) San Serafino venne glorificato dalla Chiesa russa nell’agosto del 2000.Il nostro padre fra i santi Serafino è celebrato il 21 marzo (3 aprile secondo il calendario civile).Traduzione della vita dal sito http://holytransfigurationorthodoxchurch.com/ikon/DailySaints/Seraphim+of+Virits.jpg.php Pubblicato da Alessandro a 22:27 0 commenti Post più vecchi Iscriviti a: Post (Atom) Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me, peccatore Informazioni personali Alessandro Visualizza il mio profilo completo Archivio blog gennaio (1) dicembre (2) novembre (1) ottobre (1) maggio (5) aprile (2) marzo (3) febbraio (6) gennaio (1) novembre (3) ottobre (1) settembre (2) Santi nel Blog Sant'Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey Sant'Efrem di Nea Makri San Serafino di Vyritsa San Gaudenzio di Novara (rinvio) San Nettario di Egina San Giovanni Maximovitch Sant'Orso di Aosta print_color_begin(); print_header(); document.write(""); print_day(); print_color_end(); document.write(""); print_about(); Link ad altri siti ortodossi Chiesa di S. 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